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Il Dio Pan – Biblioteca Mediceo-Laurenziana, Firenze

James Hillman, psicologo ed analista junghiano, scrive che “essere senza paura, privi di angosce, invulnerabili al panico, significa perdita dell’istinto, perdita della connessione con Pan” (1972 pag.73). L’angoscia quindi, l’ansia ci mette in contatto con “le regioni dell’esistenza elementare, con l’animalità inquietante che ci abita” (1972, pag. 68-69). Hillman sempre nel Saggio su Pan considera l’angoscia “la via regia per smantellare le difese paranoiche … che sono tanto più forti quanto più ci si difende dal panico istintuale” (1972, pag. 74). Pensando all’etimologia, il termine “panico” deriva da “Pan”, Dio della mitologia greco-romana, Dio del corpo, dell’istinto, della natura, in ciò che essa ha di selvaggio e di indomito. Dio della gioia, del piacere e della sessualità, Pan rappresenta la dimensione primaria della psiche, dell’energia senza freni. La sua fisionomia non è un granché bella, esibisce corna, piedi biforcuti, peli e coda, ma resta un Dio bonario e giocoso e se provoca angoscia, quindi panico: “paura totale”, si tratta dell’angoscia di perdere il controllo dei sensi, di cedere alle proprie pulsioni istintuali.

Gli attacchi di panico sono un disturbo d’ansia generalmente della durata di pochi minuti. Chi soffre di ansia e attacchi di panico viene però coinvolto da allarmanti sintomi fisici come ad esempio vertigini, sintomi di soffocamento, tremore, tachicardia, sudorazione accompagnata spesso da una sensazione di morte imminente. Nella maggioranza dei casi inoltre si associa a questo sintomo, l’agorafobia, cioè la paura di rimanere intrappolati in luoghi o situazioni da dove è difficile fuggire.

Purtroppo gli attacchi di panico sono ricorrenti ed è per questo che si tende via via a sviluppare un’ansia anticipatoria che porta l’individuo ad avere un comportamento evitante. Il meccanismo porta ad una preoccupazione per il successivo attacco di panico e questo spinge a ridurre così le uscite, i viaggi fino ad isolarsi completamente, perché la tendenza è quella di associare al luogo dell’evento, le cause dell’attacco stesso.

Il risultato di tutto ciò è che, pian piano, l’individuo diminuirà sempre più il proprio spazio vitale e  si imprigionerà isolandosi completamente dal sociale.

La prima cosa che ogni individuo in preda alla forte ansia e ad attacchi di panico tende solitamente a fare, è andare al pronto soccorso, subito dopo l’attacco. Se realmente si tratta di una crisi d’ansia o attacco di panico nulla si può fare in quel momento; è certamente importante e necessario escludere qualsiasi causa organica, ma una volta accertato ciò, non rimane che occuparsi di quel sintomo che assolutamente chiede di non essere trascurato; possiamo immaginarlo come un campanello che suona. Noi per non sentirlo, potremmo staccare la corrente, ma non sarebbe utile a far smettere chi è fuori e bussa, perché ha da dirci qualcosa. Troverà sicuramente un modo per contattarci e sarà sempre più invasivo.

I farmaci, che se pur in alcuni casi, solo sotto la prescrizione di un medico psichiatra specializzato, possono esser presi in considerazione, valutando sempre caso per caso, senza tralasciare l’individualità di ognuno, possono esser paragonati al gesto di staccare la corrente.

Il passo successivo quindi, all’esclusione di cause organiche, è rivolgersi ad una psicologa psicoterapeuta chiedendo aiuto, insieme si valuterà se necessario chiedere un eventuale parere dello psichiatra.
E’ importante non attendere rimandando nella speranza che il sintomo possa passare da solo o che si è in grado di farcela senza aiuti, purtroppo più si attende nell’affrontare la situazione, più questa si radica.
Tali sintomi evidenziano, qualcosa di più profondo, come quando abbiamo la febbre, causata da infezioni, se non capiamo il perché della sua presenza, non ha nessun effetto il cercare di eliminare la febbre, va individuata l’infezione ed affrontata nel giusto modo, rivolgendosi ad uno specialista in grado di accogliere tutto ciò.

E’ bene sapere però che iniziare un lavoro psicoterapeutico non è un arte magica, ma più che altro un viaggio all’interno della propria vita dove la professionista psicologa psicoterapeuta, aiuta il paziente a capirsi meglio, più profondamente, scoprendo anche parti fino ad allora nascoste, ma presenti ed importanti più che mai.

Tutto questo è possibile solo se è il paziente a volersi mettere in discussione, a voler compiere questo viaggio, a volersi conoscere veramente. Il paziente ha in sé la chiave per vivere meglio, una chiave difficile da prendere, ma con l’aiuto di una psicoterapia è sicuramente attuabile.
Molto spesso si tratta di concetti ed aspetti psichici non traducibili ancora in parole per questo l’utilizzo della Sandplay Therapy, terapia del gioco della sabbia, che è uno strumento terapeutico ideato da Dora M. Kalff, è utile, perché permette di esprimere quanto non si può dire a parole.

A tal proposito mi piace ricordare ciò che scrive Jung e nel suo capitolo “Scopi della psicoterapia” (1931 pag. 54), dove evidenzia l’importanza delle attività creative, ricordando ciò che Schiller dice: “l’uomo è totalmente uomo solo là dove gioca”, riconoscendo il gioco come attività essenziale alla salute della psiche che “strappa l’uomo ai vincoli che lo imprigionano”.
Jung dice ancora:“spesso accade che le mani sappiano svelare un segreto intorno a cui l’intelletto si affanna inutilmente” (1957-58 pag. 102).

Ciò che è importante comunque non è l’obiettivo, ma il viaggio che si fa, iniziando e portando a termine un percorso terapeutico; questo in un ottica individuativa, bilancerà la parte cosciente con la parte inconscia, quella che Jung chiama totalità. Quando quindi compare un sintomo, come può essere l’ansia o l’attacco di panico, è bene porsi delle domande, pensare e riflettere al suo significato, quelle domande aprariranno un varco enorme e lì si potranno vedere grandi cose, questo però richiede un viaggio all’interno di tutta la propria vita e se necessario, la sua messa in discussione.

I riferimenti e le descrizioni del lavoro terapeutico indicati in questo articolo, descrivono il modo in cui svolgo il mio lavoro all’interno del percorso terapeutico con il paziente. Ci sono però anche altre modalità terapeutiche che non implicano un lavoro sulla parte inconscia, ma rimangono solo sul conscio, sarà quindi una scelta personale del paziente preferire l’una o l’altra modalità.

Ansia e attacchi di panico nelle varie fasce d’età

Riferimenti utili

  • Corinne M. (2004), Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze, Giunti Editore 2006
  • Hillman J., (1972) Saggio su Pan, Adelphi, Milano, 1977
  • Jung C.G., (1929) Il contrasto tra Freud e Jung, in Freud e la Psicoanalisi, in Opere, vol. IV, Torino: Boringhieri, 2000.
  • Jung C. G. (1931). Scopi della psicoterapia, in Pratica della psicoterapia, in Opere, vol. XVI, Torino: Boringhieri, 2000.
  • Jung C. G. (1957/1958). La funzione trascendente, in La dinamica dell’inconscio, in Opere, vol. VIII, Torino: Boringhieri, 2000.
  • Ruth Ammann, Sandplay: immagini che curano e trasformano  Milano: Vivarium 2000.
  • Spitz R.M., (1958) Il Primo anno di vita del bambino, Giunti Editore 2009